Squinzano: apriamo gli occhi e le orecchie, la nostra città ci parla con le sue bellezze
Questa mattina, durante una passeggiata per le strade del nostro comune, mi è capitato qualcosa di molto semplice, ma che mi ha fatto riflettere.
Sono passato, ancora una volta, da una strada che conosco bene. Una strada, via Giardine, percorsa chissà quante volte, a piedi, in macchina, distrattamente, immerso nei pensieri e nelle mille cose da fare.
Eppure, questa mattina, ho visto qualcosa che stranamente non avevo mai notato.
Da sopra la terrazza di un’abitazione si intravedevano due croci. Due croci già vicine in linea d’aria, ma che, viste da quella particolare prospettiva, sembravano quasi sfiorarsi.
Una è quella che sovrasta la Cappella di San Giuseppe, l’altra è la croce della Chiesa Madre di Squinzano, dedicata a San Nicola.
Due simboli della nostra storia, della nostra fede, della nostra identità. Presenze che fanno parte del paesaggio di Squinzano da generazioni e che, proprio perché ci sono sempre state, rischiano paradossalmente di diventare invisibili.
Ed è forse proprio questo il punto.
Quante cose abbiamo davanti agli occhi e non riusciamo più a vedere?
Viviamo correndo. Corriamo per il lavoro, per le commissioni, per gli appuntamenti, per mille impegni. Abbiamo sempre qualcosa da fare e, così, attraversiamo le nostre strade senza più guardarle davvero.
Passiamo davanti alle chiese, alle cappelle, ai palazzi, alle pietre antiche. Guardiamo senza osservare.
La nostra terra è piena di bellezza, ma la bellezza ha bisogno di una cosa che oggi sembra diventata rarissima: il tempo.
Il tempo per fermarsi.
Per osservare.
Il tempo per chiedersi cosa abbiano visto quelle stesse pietre prima di noi e cosa abbiano ancora da raccontarci.
Durante le presentazioni dei miei libri dedicati alla storia locale e alle chiese del territorio ho spesso ripetuto una frase nella quale credo profondamente: i muri ci parlano, le pietre ci parlano.
Il problema è che noi siamo diventati sordi.
Non perché le pietre abbiano smesso di raccontare, ma perché abbiamo smesso di ascoltare.
Ogni chiesa, ogni cappella, ogni edificio antico custodisce una parte della vita di chi ci ha preceduto: le loro preghiere, le loro fatiche, le loro paure, le loro speranze. Tutto ciò ci è stato consegnato in eredità.
E forse proprio perché ci è familiare, abbiamo finito per considerarlo scontato.
Ma c’è un’altra domanda che dovremmo avere il coraggio di porci.
Siamo sicuri che tutta questa bellezza debba essere soltanto qualcosa da guardare e custodire?
Il nostro patrimonio storico, artistico e culturale può essere molto di più. Può diventare un’opportunità di lavoro, di turismo, di nuove attività, di iniziative culturali. Può rappresentare una possibilità di crescita per il nostro territorio e, soprattutto, un’occasione per costruire un futuro anche per i nostri giovani.
In tante città questo è già accaduto: luoghi che per anni sono stati considerati semplicemente parte del paesaggio sono diventati attrattori turistici, spazi culturali, occasioni di impresa e di occupazione.
Perché non dovrebbe poter accadere anche qui?
Forse il primo passo è proprio imparare a riconoscere ciò che abbiamo.
Dovremmo imparare nuovamente a essere viandanti nei nostri stessi paesi. A camminare senza fretta, ogni tanto. A sollevare lo sguardo. A cambiare prospettiva.
Perché a volte basta spostarsi di pochi metri per scoprire qualcosa che è sempre stato lì.
Come quelle due croci.
Questa mattina erano lì, vicinissime, quasi a dialogare nel cielo di Squinzano. Le avevo avute davanti agli occhi chissà quante volte, eppure le ho viste soltanto oggi.
E allora mi sono chiesto: quante altre bellezze della nostra terra non abbiamo ancora visto?
Quante storie sono rimaste mute perché nessuno si è fermato abbastanza a lungo per ascoltarle?
E quante opportunità abbiamo lasciato passare proprio perché non abbiamo saputo riconoscere il valore di ciò che avevamo davanti?
Forse custodire la nostra storia non significa soltanto proteggere i nostri monumenti, ma tornare ad amarli, conoscerli e valorizzarli.
Perché ciò che abbiamo ricevuto in eredità non deve necessariamente restare fermo nel passato. Può diventare futuro.
E per amare qualcosa bisogna prima conoscerla.
E per conoscerla, qualche volta, bisogna semplicemente fermarsi.
Fermarsi e guardare.
Alzare gli occhi.
Ascoltare.
E, soprattutto, avere il coraggio di immaginare cosa potrebbe diventare ciò che abbiamo ricevuto.
Perché quello che ci hanno lasciato i nostri genitori e i nostri antenati non è soltanto un insieme di edifici e testimonianze del passato.
È una parte di noi. Ma può essere anche una parte del nostro futuro.
E forse quelle due croci, viste questa mattina da una prospettiva diversa, mi hanno ricordato proprio questo: la nostra storia non è lontana, non è chiusa nei libri e non appartiene soltanto al passato.
La nostra storia continua a stare davanti ai nostri occhi.
Continua a parlarci.
Siamo noi che, troppo spesso, abbiamo dimenticato di fermarci ad ascoltarla.
















