Ci sono storie che, anche a distanza di tanti anni, non smettono di tornare alla memoria.
Ogni 14 agosto il pensiero torna a quella lontana notte tra il 14 e il 15 agosto 1992, nella marina di Casalabate, e alla tragica storia di Mauro Maniglio, un giovane uomo la cui vita venne spezzata dalla violenza della Sacra Corona Unita, vittima di un assurdo errore.
Con lui, quella sera, viaggiava il cugino, che guidava la moto e che miracolosamente rimase illeso. Una salvezza che non può certo cancellare il dolore e il peso di essere stato testimone di una tragedia che avrebbe segnato per sempre la sua vita.
Il pensiero va ai suoi genitori, alla sua famiglia, agli amici e a tutte le persone che gli hanno voluto bene. A chi quel giorno si è visto strappare un figlio, un parente, un amico. E va anche a quel cugino, sopravvissuto fisicamente a quella notte ma inevitabilmente segnato da ciò che accadde.
Ma per me Mauro non è soltanto il nome di una vittima ricordata ogni anno in questa data. Io Mauro l’ho conosciuto personalmente. Ho conosciuto lui, ho conosciuto i suoi genitori e ho avuto modo di entrare, seppure per un tratto della mia vita, nella realtà di una famiglia che ricordo ancora oggi con grande affetto.
Ricordo un ragazzo davvero speciale. Un giovane educato, rispettoso, intelligente, che studiava e otteneva ottimi risultati. Un ragazzo come tanti, con davanti una vita da costruire, sogni, progetti e la possibilità di diventare ciò che desiderava.
Conobbi anche i suoi genitori, persone splendide, che vivevano nella loro villetta sulla litoranea nord di Casalabate. Una famiglia per bene, di quelle famiglie che si ricordano non per qualcosa di straordinario, ma per la semplicità, l’educazione, il calore umano e la dignità con cui affrontano la vita.
Ed è forse proprio per questo che la morte di Mauro mi ha segnato così profondamente.
Quando una persona che hai conosciuto viene portata via in questo modo, non riesci a considerarla soltanto una notizia di cronaca. Non è più soltanto una storia raccontata sui giornali. Ha un volto, una voce, una famiglia. Ha dei genitori che hai incontrato, una casa che hai visto, una vita che hai conosciuto.
E allora diventa ancora più difficile accettare quanto possa essere ingiusta, a volte, la vita.
Mauro fu ucciso per un terribile errore. Una vita innocente venne spezzata senza che lui avesse alcuna colpa. E questa è una cosa che, ancora oggi, faccio fatica ad accettare.
Perché Mauro non se lo meritava.
Non se lo meritava lui, non se lo meritavano i suoi genitori, non se lo meritava la sua famiglia. E, in fondo, non dovrebbe meritarlo nessuno: nessuna persona innocente dovrebbe vedere la propria vita cancellata dalla violenza e dagli errori degli altri.
Sono passati 34 anni, ma alcune storie non appartengono soltanto al passato. Restano nella memoria di chi le ha vissute e di chi ha avuto la fortuna di conoscere, anche solo per un periodo, la persona che non c’è più.
Per questo, ancora una volta, il mio pensiero va a Mauro.
Non soltanto alla tragedia che lo ha portato via, ma al ragazzo che era, alla sua educazione, ai suoi studi, ai suoi sogni, ai suoi genitori e alla sua famiglia. A tutto ciò che avrebbe ancora potuto vivere e diventare.
La sua morte mi ha insegnato, nel modo più doloroso, quanto sia fragile e imprevedibile la vita e quanto possa essere profonda l’ingiustizia quando a pagarne il prezzo sono persone innocenti.
Perché dietro ogni vittima c’è un volto, una famiglia, degli amici e una storia. E quando quel volto lo hai conosciuto personalmente, dimenticarlo diventa ancora più impossibile.
Mauro Maniglio, a 34 anni di distanza, il tuo nome continua a essere ricordato.
E continuerà a esserlo anche per chi, come me, non vuole ricordare soltanto il modo in cui sei morto, ma soprattutto il ragazzo che eri.
🕊️ Perché alcune vite vengono spezzate troppo presto, ma non per questo devono essere cancellate dalla memoria.
















