Lorena, oltre la morte: la donna, la sua vita, il suo desiderio di essere amata

di Eleanna Bello

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Di Lorena non dovremmo ricordare soltanto come è morta.

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Dovremmo ricordare come ha vissuto.

Perché prima di essere il nome dell’ennesima vittima di femminicidio, Lorena Isceri era una donna con una vita piena, fatta di lavoro, affetti, amicizie, sorrisi, viaggi e di un legame profondo con Squinzano.

Aveva 45 anni e aveva fatto tanta strada. Aveva lasciato la Puglia per studiare, per lavorare, per costruirsi il proprio futuro. Firenze era diventata la città della sua vita adulta, della sua professione, della sua indipendenza.

Ma ci sono distanze che non riescono a cancellare le radici.

Lorena era rimasta legata alla sua terra, alla sua famiglia, a quel luogo che continuava a rappresentare casa. Tornava. Tornava dai suoi affetti, dal mare di Casalabate, dalle sue abitudini, da tutto ciò che le ricordava da dove era partita.

E soprattutto tornava da mamma Antonietta, papà Franco e dal fratello Danilo.

Erano il suo punto fermo, il porto sicuro, le persone che conoscevano la Lorena più autentica. Quella figlia che, nonostante gli anni trascorsi lontano, non aveva mai smesso di sentire forte il bisogno di casa.

Accanto alla famiglia c’erano le amiche di sempre, Manuela e Rosaria, Nadia, legami nati nell’infanzia e rimasti intatti nel tempo. E c’era il vicinato di Via De Pietro, quello che per Lorena era stato molto più di un insieme di case: una grande famiglia.

Un mondo fatto di persone che si conoscevano, di porte aperte, di bambini cresciuti insieme, di affetti che diventavano parte della vita.

È anche attraverso questi ricordi che bisogna raccontare Lorena.

Perché una persona non è soltanto il lavoro che fa o la città in cui vive. È l’insieme delle persone che ama, dei luoghi che porta dentro, delle esperienze che l’hanno fatta diventare adulta.

Chi la conosceva la descrive come una donna solare, sorridente, piena di energia. Amava la vita, il lavoro, i viaggi, le amicizie. Aveva costruito molto con le proprie forze.

Sembrava avesse tutto.

Ma anche chi sembra avere tutto, può custodire nel cuore un desiderio semplice e profondissimo: essere amata veramente.

Non posseduta. Non controllata.

Ma amata. Con rispetto, con libertà, con quella serenità che dovrebbe accompagnare ogni relazione.

Ed è forse questo uno degli aspetti più dolorosi della sua storia.

Lorena aveva avuto la forza di partire, di studiare, di costruirsi una professione e una vita indipendente. Ma davanti all’amore era rimasta una donna come tante, con il desiderio di sentirsi scelta, protetta e accolta.

Quando quell’amore si è trasformato in paura, però, non è stato facile per lei riconoscere fino in fondo il pericolo.

Chi le era vicino ha raccontato di averla invitata a denunciare. Un’amica l’aveva persino supplicata di rivolgersi alle forze dell’ordine. Ma Lorena pensava di poter uscire da quella situazione da sola.

Forse sperava che le cose potessero cambiare.

Forse voleva ancora credere che ci fosse qualcosa da salvare.

Forse era quella sua bontà, quella capacità di comprendere e di non voler ferire nessuno, a farle minimizzare ciò che stava accadendo.

Ma la bontà non è una colpa.

E una donna che non denuncia non è responsabile della violenza che subisce.

La responsabilità è sempre di chi sceglie di esercitarla.

Poi, negli ultimi istanti, qualcosa è cambiato.

Lorena ha capito di essere in pericolo e ha cercato di salvarsi.

Ha preso il telefono.

Ha chiesto aiuto.

Ha cercato le persone che amava.

Ha chiamato il 112, ha parlato con la centrale operativa mentre dall’altra parte cercavano di localizzarla e di raggiungerla.

Venti minuti in cui non c’era una vittima da raccontare, ma una donna che voleva vivere.

Una donna che aveva paura e che, nonostante la paura, ha cercato una via d’uscita.

Ha lottato.

Ha chiesto aiuto.

Ha provato fino all’ultimo a salvarsi.

È questa la forza che dovrebbe accompagnare il suo ricordo.

Non soltanto l’orrore degli ultimi istanti, ma la volontà di vita che li ha attraversati.

Perché il femminicidio non cancella ciò che una donna è stata prima di diventare una vittima.

Lorena era una figlia amata.

Una sorella. Un’amica.

Era la bambina cresciuta in un vicinato che sentiva come una famiglia, la ragazza che aveva studiato, la donna che aveva avuto il coraggio di partire e costruire il proprio futuro lontano, senza mai recidere il filo con la sua terra.

Era quella persona solare che gli altri ricordano con un sorriso.

Era una donna che aveva raggiunto molto, ma che continuava a desiderare una cosa profondamente umana: essere amata nel modo giusto.

Oggi il suo nome appartiene al dolore di mamma Antonietta, di papà Franco, di Danilo, di Manuela, di Rosaria, Nadia e di tutte le persone che le hanno voluto bene.

Ma il suo ricordo non deve appartenere soltanto al dolore.

Deve appartenere anche alla luce che ha lasciato negli altri.

Alle risate dell’infanzia, alle amicizie cresciute insieme, alle estati nella sua terra, alle persone che l’aspettavano al suo ritorno, alla famiglia che l’ha vista crescere e diventare donna.

Lorena aveva ancora tanto da vivere.

E negli ultimi venti minuti della sua vita ha fatto tutto ciò che poteva per continuare a farlo.

Forse è questo il modo più giusto per ricordarla: non soltanto come una donna alla quale è stata tolta la vita, ma come una donna che, fino all’ultimo, ha cercato di difenderla.

La violenza ha cancellato il suo futuro.

Non lasciamo che cancelli anche tutto ciò che Lorena è stata.

Redazione
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