Un viaggio nella storia: il palazzo N.D. Maria Addolorata Campa Alari di Via Annicchio a Squinzano

di Roberto Schipa 15 Aprile 2026

Nel corso dell’Ottocento, Squinzano si presentava come un tipico centro della Terra d’Otranto: un agglomerato di abitazioni per lo più modeste, sviluppatosi senza un disegno urbanistico rigido.

Nato come “casale aperto”, cioè privo di mura difensive, il paese si era espanso nel tempo in modo spontaneo, “a macchia di leopardo”, fino ad assumere una forma approssimativamente quadrangolare.

Il tessuto urbano era caratterizzato da un intreccio fitto e irregolare di strade, vicoli, corti e piccoli slarghi, spesso nati più per esigenze pratiche che per una pianificazione precisa. Le principali vie di comunicazione ricalcavano percorsi già esistenti nel Settecento e collegavano i punti più significativi della vita cittadina: la chiesa parrocchiale, le cappelle, le piazze e le direttrici verso i paesi vicini.

Accanto a queste arterie principali si sviluppava una rete minuta di spazi abitativi: le curti, cortili condivisi attorno ai quali si raggruppavano più abitazioni, spesso dotati di pozzi comuni e chiusi da alti muri. La vita quotidiana si svolgeva in questi spazi collettivi, che rappresentavano il cuore sociale del paese.

Dal punto di vista edilizio, prevalevano le cosiddette case “terragne”, semplici abitazioni a piano terra, costruite con materiali poveri e caratterizzate da un unico ambiente. Solo raramente si incontravano edifici più complessi, come le case a volta o le abitazioni su più livelli. Tuttavia, accanto a queste strutture modeste iniziavano a emergere i primi “palazzotti” e dimore più articolate, appartenenti a famiglie benestanti, professionisti e proprietari terrieri, che tendevano a distinguersi dal resto della popolazione anche attraverso l’architettura.

È proprio all’interno di questo contesto urbano, ancora in evoluzione e segnato da forti differenze sociali, che si inserisce la storia di una dimora significativa situata in Via Annicchio, una delle strade storiche del paese.

Nel cuore di Squinzano, lungo questa via antica e suggestiva, si erge infatti una dimora storica che custodisce, tra le sue mura, oltre un secolo di vicende familiari, trasformazioni architettoniche e tradizioni artigianali. Non si tratta semplicemente di un edificio, ma di un vero e proprio scrigno di memoria, capace di raccontare la vita quotidiana e il gusto estetico di un’epoca ormai lontana.

La costruzione del palazzo risale alla metà del XIX secolo, intorno al 1850, per volontà della nobile donna Maria Addolorata Campa Alari, figura centrale nella storia dell’edificio e suocera della nonna della proprietaria. Fin dalle sue origini, la dimora si configura come simbolo di prestigio e solidità, destinata a tramandarsi nel tempo insieme ai valori e alle tradizioni della famiglia.

Un passaggio fondamentale nella storia del palazzo avviene nei primi anni del Novecento, quando, intorno al 1922, la proprietà viene donata in occasione del matrimonio tra Michela Manca, nonna materna dell’attuale proprietaria, e Nicola Paticchio, figlio della stessa Campa Alari. Questo tipo di donazione, definita propter nuptias, era una pratica diffusa nelle famiglie benestanti, finalizzata a garantire continuità patrimoniale e stabilità economica: la vedova Michela Manca era già nuora della sopradetta Campa Alari, avendo sposato un suo figlio deceduto. Il contesto sociale dell’epoca rende questo episodio ancora più significativo: alle vedove, infatti, non era consentito risposarsi liberamente, e le unioni venivano spesso pianificate all’interno della famiglia.

Dal punto di vista strutturale, il palazzo riflette perfettamente l’organizzazione delle dimore signorili del tempo. Il piano terra era destinato alle attività di servizio: ospitava la stalla, il ricovero per cavalli e carrozze e gli ambienti per la servitù. Ancora oggi è possibile osservare un anello in ferro posto all’ingresso, utilizzato per legare il cavallo durante le operazioni di cura, un dettaglio che restituisce con immediatezza uno spaccato della vita quotidiana ottocentesca.

Il primo piano, riservato alla vita familiare, fu ampliato tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento grazie all’impresa edile Cosimo Capodieci, attiva in tutto il Nord Salento. L’intervento fu realizzato in occasione del matrimonio tra Italo Capodieci e Maria Addolorata Paticchio, segnando un ulteriore legame tra vicende familiari e trasformazioni architettoniche.

Dal punto di vista dei materiali, il palazzo conserva ancora le caratteristiche originarie: il carparo per le strutture portanti e la pietra leccese per decorazioni e tamponamenti. Tra gli elementi più significativi emergono i rosoni e soprattutto i balconi mensolati, veri protagonisti della facciata.

I balconi rappresentano uno degli elementi più distintivi del Barocco leccese. Sorrette da mensole decorate, queste strutture creano un dialogo tra spazio pubblico e privato, trasformando la strada in un luogo vissuto e ricco di relazioni. L’architettura, in questo senso, non è solo estetica, ma diventa strumento di socialità e identità urbana.

All’interno del palazzo si conservano arredi originali della prima metà del Novecento, realizzati a mano da artigiani salentini. Mobili in abete naturale, impreziositi da radica di noce e intarsi in legno massello, testimoniano un’antica arte ormai quasi scomparsa! Si tratta di pezzi unici, che rappresentano non solo un valore estetico, ma anche una memoria viva del sapere artigianale locale.

Il palazzo di Via Annicchio si presenta, dunque, come un luogo in cui storia, architettura e vita quotidiana si intrecciano profondamente. Inserito in un tessuto urbano nato senza schemi rigidi ma ricco di relazioni e significati, esso diventa testimone privilegiato dell’evoluzione di Squinzano e della sua identità.

Visitare questa dimora significa, ancora oggi, compiere un viaggio nel tempo, riscoprendo un mondo fatto di tradizioni, mestieri e legami che continuano a vivere nelle pietre e negli spazi del presente.

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