I tanti tragitti di bellezza nel primo romanzo di Francesco Buja

Nel suo primo libro, “Le sottane di Dio”, il giornalista Francesco Buja affronta le inquietudini esistenziali del nostro tempo, incarnate nel personaggio di Franco Traversi, protagonista del racconto.

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Quest’ultimo è il filo conduttore di un romanzo che si snoda lungo tragitti di bellezza, sia essa quella delle donne (le “sottane”) che scandiscono l’esistenza di Franco o quella dell’Arte e della Cultura, di cui il protagonista è imbevuto tanto da farne la propria professione. Tuttavia, né l’Arte né le compagnie femminili, riempiono il vuoto interiore di Franco che anzi, reso cinico e disincantato da una gioventù travagliata, sfrutta la bellezza per appagare i propri istinti, la propria brama di vita, senza rispetto per nulla, senza credere né in Dio né in una donna né in un’Idea.
Franco è un giornalista d’arte e conduce la propria esistenza in una Roma decadente e magnifica, come Andrea Sperelli de il Piacere e Jep Gambardella de La Grande Bellezza, suoi antesignani, letterario il primo, cinematografico il secondo. Si muove tra le vie di una città vestita di travertino e laterizi romani, di obelischi e di templi, di chiese e di piazze, una città che a volte appare sensuale come una bellissima donna, altre onirica e quasi immateriale. Una città, scrive l’autore, la cui bellezza “rivolge una dichiarazione d’amore alla vita”.
Se le strade di Roma percorse dal protagonista sono bellissime, tetri invece sono i suoi sentieri interiori. Ma l’ambiente esterno e i percorsi intimi sono destinati a intersecarsi nell’animo del giornalista grazie alla forza delle suggestioni ispirate dalla città eterna che, lungi dal configurarsi come mera ambientazione, tra la splendida Chiesa barocca di Sant’Andrea della Valle e lo sgraziato Mosé di Piazza San Bernardo, tra la chiesa di San Marcello al Corso e i templi pagani di Torre Argentina, assume un ruolo per così dire maieutico, spingendo il protagonista a cercare la Verità, l’Ideale, una via di Salvezza. E non è un caso che il lettore, a un certo punto, debba tornare indietro di qualche pagina per capire se la descrizione delle stupende fattezze femminili che sta leggendo faccia riferimento a una donna in carne e ossa o non piuttosto a una splendida scultura del Bernini. Un azzardo – questo confronto tra figure sacre e profane – che rende plasticamente l’idea della fusione tra carne e marmo, tra Vita e Arte, che è poi uno dei temi fondanti del libro e il suo messaggio ultimo.
Una fusione che si realizza d’altronde nelle forme più svariate, da Annarella, una delle protagoniste, che diventa essa stessa opera d’arte posando per la realizzazione di una statua che ne ritrae le sembianze, alle fantasticherie di Franco, il quale “entra” nei surrealisti quadri di De Chirico o nelle angoscianti opere di Magritte; dalle statue, secolari e arcane presenze “vive” delle vie di Roma, al romanzo che Franco inizia a scrivere, trasfondendo in esso la propria esistenza e traendo al contempo dallo stesso nuove consapevolezze.
Scrivere consente a Franco di cercare un senso, una strada da percorrere, una meta da perseguire, attraverso l’impulso creativo. Scrive di una donna, Enrichetta, all’interno di un libro sulle donne, dando vita ad una sorta di “metaromanzo” in cui vita e arte per l’appunto si fondono e si contaminano reciprocamente, non più per il solo Franco Traversi ma anche per il suo creatore letterario, Francesco Buja, nel quale, almeno in parte, possiamo riconoscere il suo personaggio di fantasia, sia pure trasfigurato da inevitabili elementi romanzeschi.
Lungo il percorso Franco incontrerà, tra le altre donne di cui è popolato il racconto, figure drammaticamente pirandelliane e ritorni da un lontano passato, e donne e Arte e scrittura insieme contribuiranno a far sì che Franco possa, infine, assolversi dalle oscure colpe che si attribuisce e avvicinarsi a quell’Ideale e a quel Divino nei quali non è mai riuscito a credere.
La preziosità del libro di Buja trascende lo stile della prosa, colta e ricercata, e il racconto delle vicende, ed è da individuarsi in ultima istanza nel messaggio; nell’invito, che l’autore rivolge a noi lettori, a contemplare la Bellezza che ci circonda, che si esprime nella dolcezza della natura, nel lascito in pietra e in parole e in musica dei nostri avi, e a cogliere i messaggi che questi ci inviano dagli abissi del tempo. Buja ci induce a riflettere: l’animo umano è disposto a raccogliere questi messaggi, perché il Bello, il puro, il concetto del divino, sono entità intimamente umane e proprio per questo destinate ad essere da noi recepite. Dobbiamo quindi fare nostra – sembra dirci l’autore – la lezione di Giacomo Leopardi, che ben si confà a questi anni travagliati, in cui sembra quasi che il mondo non abbia speranze e che Dio sia lontano: perché l’urto contro la realtà, scrive Buja in un passo significativo, non ha intaccato, in fin dei conti, l’animo del poeta recanatese che, anzi, pur restandone spesso deluso, spesso sconfitto, continuerà, sempre, ad anelare un mare in cui gli sia dolce naufragare.
In questa tensione verso il divino si risolve quindi il romanzo, in questo librarsi dalle miserie terrene per perseguire, nella quotidianità, uno scopo più alto. Con strumenti al contempo umani e nobili, come l’Arte e la Letteratura, come la Musica e la contemplazione del Bello. Con un impegno incessante su noi stessi. Perché il nostro naufragar sia dolce in questo mare.

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