“Lieggi ca te serve”, l'iniziativa dialettale per promuovere e valorizzare le lingue locali

La lingua è sicuramente una delle peculiarità di una comunità, soprattutto il dialetto, che cementa il senso di appartenenza, la condivisione di un luogo e di un sapere, il riconoscersi e il ‘sentirsi a casa’.

È per questo che non poteva mancare la “Giornata Nazionale del Dialetto” nell’elenco dei festeggiamenti per l’Autonomia di ogni città, che ricorre oggi, venerdì 17 gennaio 2020, e che è giunta all'ottava edizione. Un'iniziativa di UNPLI che ha lo scopo di promuovere e custodire i dialetti e le lingue locali di cui è ricco il territorio nazionale, utilizzati soprattutto nei contesti di familiarità, tra parenti, amici e in situazioni informali, come segno d'appartenenza comunitaria, valore identitario, espressione di un popolo.

Come da consuetudine, la Pro Loco di Squinzano presieduta da Cosimo Pierri, propone per la giornata di oggi, alcuni momenti da dedicare al dialetto, invitando a postare una frase, una poesia, o un semplice commento esclusivamente in dialetto, sulla pagina Facebook de la “Pro Loco Squinzano”, oppure incentivando le scuole di Squinzano, le associazioni e tutti i cittadini, a leggere un testo dialettale o a diffonderlo attraverso i vari mezzi di comunicazione e sui profili social utilizzando l'hastag #giornatanazionaledeldialetto o #dilloindialetto. In prossimità della sede della Pro Loco, inoltre, in via Vittorio Emanuele, sarà allocato un leggio su cui tutti avranno l'opportunità di leggere brani e poesie (editi e inediti) in dialetto squinzanese, mentre nel pomeriggio di oggi si terrà un'altra iniziativa organizzata per questa ottava Giornata Nazionale del Dialetto e delle lingue locali, considerate un patrimonio immateriale dell'umanità, giornata istituita nel 2013, ed è l'incontro in Piazza Plebiscito, alle ore 18.30, per una lettura comunitaria di un brano dialettale, sempre a cura di Pro Loco Squinzano.

Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà”. Lo scriveva Pier Paolo Pasolini, che vedeva nel dialetto l’ultima sopravvivenza di ciò che ancora è puro e incontaminato, e che, come tale, doveva e deve essere “protetto”.

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