Cinzia, una vita per il biliardo. "Calma e gesso" per vincere

Carmiano. Cinzia Ianne Erroi, nel contesto biliardistico conosciuta come Cinzia Ianne, classe ’84, è di Carmiano e gestisce una sala biliardo denominata “Associazione sportiva dilettantistica Il Panno Verde”, nella medesima città (in Piazza Assunta, 40).

Nella vita è prima di tutto mamma, di un ragazzo di 11 anni e mezzo, e moglie, ma senza dubbio il biliardo ha sempre avuto, e ha tuttora, un ruolo importante, sin dall’origine delle sua forte passione per tale disciplina.

Vi proponiamo l'intervista pubblicata su Totem di dicembre 2017. 

 

Come ti sei avvicinata al biliardo? Qual è stato il tuo primissimo approccio?

La mia passione nasce da bambina. Io e mio fratello dopo la scuola e i compiti, passavamo diverse ore in sala biliardo nel bar che all’epoca era del nonno, per poi diventare di mio papà. Mio fratello era meno attratto dal gioco, mentre io non appena avevo del tempo libero andavo in sala a guardare gli altri giocare. Non era un luogo proprio ideale per dei bambini, ma ero troppo attratta e non potevo starne lontana, nonostante i ‘rimproveri’ del nonno. Oggi la situazione anche in riferimento al gioco in sé è assai cambiata: adesso il biliardo è riconducibile alla Federazione Italiana Biliardo Sportivo che fa parte del Coni. Pertanto un giocatore di biliardo è un atleta a tutti gli effetti. In sala ci si ritrova soprattutto per allenarsi e prepararsi per le competizioni. Attualmente è molto più semplice anche per una donna frequentare un luogo di questo tipo, anche se magari al Sud siamo ancora meno organizzati da tale punto di vista. Ma senz’altro il biliardo ha fatto dei grandi passi in avanti: le donne che lo praticano sono sempre più numerose, così come i ragazzi, tant’è che questo sport è entrato anche nelle scuole, permettendo agli studenti di ripassare matematica e geometria giocando. Tornando al mio primo approccio, ribadirei che è iniziato tutto in modo naturale, osservando gli altri giocatori e cercando di carpire i segreti del biliardo. Dopo la terza media ho deciso di aiutare mio papà al bar e così mi sono avvicinata ancora di più ad esso.

Fin dall’inizio ti sei sentita portata per il biliardo?

Direi di sì. Si notava, già dai primissimi tiri, una predisposizione, e ho cercato di apprendere e migliorare anche studiando, consultando libri, e simili. Insomma, ci sono colpi e sistemi da studiare e che presuppongo per l’appunto una buona preparazione. A 14 anni i primi tiri e a 15 anni e mezzo la mia prima gara…le atlete avversarie, provenienti da tutta Italia, avevano molta più esperienza di me e si sa che la prima differenza tra chi è un veterano e chi un esordiente (o quasi) sta nel fatto che il secondo tende sempre a giocare in attacco per fare punti, mentre chi ha più esperienza alle spalle studia meglio la gara per mettere in difficoltà l’avversario, inducendolo a commettere degli errori. L’inesperienza mi ha portato a perdere quella prima competizione. Mi ricordo come una giovanissima ragazza molto timida e sicuramente le gare e le varie esperienze legate al biliardo, nel corso degli anni, mi hanno consentito di vincere un po’ la timidezza.

Quali risultati hai raggiunto sinora?

Sono dodici volte campionessa italiana, sono vice campionessa europea a squadre anno 2006 (europeo a squadre disputato in Italia, io giocai con la squadra Juniores, unica donna in squadra). Ho un ricordo bellissimo di quella manifestazione. Ho vinto molte gare negli uomini, seconde categorie, ma anche prime categorie, non solo in Salento, ma anche fuori, come ad esempio ad Aosta. Il mio rammarico sta nel fatto che, nonostante i tanti bei risultati raggiunti, io non abbia mai ricevuto alcun riconoscimento nella mia terra. Le istituzioni non hanno mai mosso un dito per dare il giusto valore a chi, in qualche modo, si è distinto in questo sport. Parlo di me, ma ancora di più del campione del mondo e campione europeo Andrea Quarta che è di Carmiano, ma vive a Torino. Tornando a parlare dei miei risultati personali conquistati sinora, innanzitutto direi che sono l’unica prima categoria donna in Italia, le altre mie colleghe sono in seconda e terza categoria. Sono partita dalle gare a livello provinciale con gli uomini, poi mio papà, (e anche chi mi vedeva giocare!) ha constatato le mie reali potenzialità e ha deciso di prendersi l’impegno di accompagnarmi alle gare nazionali. Ho battuto anche nomi importanti del biliardo, raccogliendo soddisfazioni per me e per mio padre. Certo, oggi è molto più complesso trovare del tempo da destinare al biliardo, agli allenamenti, non riesco a dedicarmi come facevo da ragazzina, è chiaro dal momento che ora gli impegni della famiglia e del lavoro vengono prima e indubbiamente tolgono tempo allo sport. Insomma, per me e per le mie colleghe non è semplice coniugare il tutto!

Cosa ti ha insegnato il biliardo?

Grazie a questo sport ho imparato prima a perdere e poi a vincere, ripetendomi sempre “calma e gesso”. La mia compostezza e la mia tranquillità, anche in gara, mi consentono di vivere il biliardo per quello che è davvero: un gioco. Dovremmo fare tutti così. Inoltre, mi ha trasmesso l’umiltà, difficile da trovare in questo contesto e anche in altri. C’è sempre qualcuno più forte di noi. Non mi sento più forte, ma neppure più debole di altri. So di avere le mie capacità, ma non mi va di sbandierarle! E forse anche grazie alla mia umiltà sono stata apprezzata molto dalle persone che mi conoscevano da prima, come da chi frequentava il bar.

Anche la tua storia d'amore ha qualche legame con questa disciplina...ce ne parli?

Io e mio marito, Italo Cittadino, ci conosciamo nel 2003, mentre conoscevo i suoi genitori già da due - tre anni, in quanto avevo un contratto di sponsor con suo papà che è un noto produttore di stecche da biliardo. Non conoscevo i loro figli. Un giorno, a una gara proprio sotto casa loro, a Canegrate in provincia di Milano, conosco i figli, vado a cena con la famiglia Cittadino e ho modo di acquisire confidenza soprattutto con Italo, tant’è che a torneo concluso, e da me vinto, prima di far ritorno a casa ci scambiamo i numeri di telefono e iniziamo a sentirci assiduamente. Mi sono poi iscritta a una gara a Busto Arsizio, vicino alla loro città, e ho chiesto a Italo di venire a prendere me e mio fratello dall’aeroporto. In quell’occasione, nel 2004, è scoccata la scintilla a tutti gli effetti e abbiamo portato avanti la nostra relazione per il primo anno e mezzo lontani. Mentre i miei, un po’ più all’antica, inizialmente non vedevano di buon occhio la nostra relazione a causa della distanza, i suoi mi hanno trattato sin da subito come una figlia. La situazione ha vissuto una grande svolta quando vengo a sapere di essere in dolce attesa. L’unico dolore causato a mio padre è stato quello legato alla mia partenza, dato che ho lasciato Carmiano per emigrare al Nord e sono rimasta lì per sei anni. Le difficoltà non sono mancate perché l’unico stipendio fisso in casa era quello di mio marito, che continuava a lavorare nell’azienda di famiglia, mentre io lavoravo saltuariamente come commessa. I genitori miei e suoi ci hanno aiutato in tutti i modi, sino a quando mio padre nel 2011 ci comunica di voler chiudere il bar e ci propone di prenderlo noi facendoci presente che non avremmo avuto spese fisse da pagare per gli affitti di una casa e dello stesso locale. Italo, che è calabrese di origini ma dall’età di dieci anni viveva al Nord, inizialmente si è mostrato restio dinanzi alla possibilità di trasferirci, ma sono riuscita a convincerlo e adesso si trova benissimo e, grazie al suo carattere apertissimo, ha instaurato subito tante belle amicizie. Siamo davvero l’opposto e forse proprio per questo ci compensiamo! Io prendo tutto troppo sul serio, lui mi rende la vita più leggera. Siamo insieme da 14 anni, di cui 12 di matrimonio, nostro figlio ha undici anni e mezzo….siamo una bella famigliola serena!